L’impronta idrica negli alimenti.
Tutti noi vediamo scorrere l’acqua che usiamo per lavarci, per lavare i piatti o per innaffiare le piante, passa invece inosservata l’acqua utilizzata per la produzione e la commercializzazione dei cibi.
Queste centinaia di litri d’acqua costituiscono l’impronta idrica (water footprint): il termine indica il volume totale di acqua usata per produrre beni e servizi consumati dagli abitanti di una certa nazione. Comprende l’acqua prelevata da fiumi, laghi, falde acquifere usata poi per uso domestico, per l’agricoltura e per l’industria.
Il concetto di impronta idrica è nato nel 2002 per opera del Professor Arjen Y. Hoekstra, l’attuale direttore scientifico del Water Footprint Network.
Ognuno di noi consuma circa 1.385 metri cubi di acqua all’anno. I numeri però variano da nazione a nazione. Al primo posto ci sono gli Stati Uniti e al secondo posto l’Italia con un’impronta idrica media di 2.232 metri cubi pro capite.

Il Barilla Center for Food & Nutrition ha creato, partendo dalla tradizionale piramide alimentare, un’altra piramide alimentare in cui viene considerata l’impronta idrica.
Possiamo notare che i cibi di cui si consiglia un consumo medio e regolare hanno un impatto minore sul consumo delle risorse idriche (frutta e ortaggi); al contrario i cibi al vertice della piramide, quindi quelli di cui si consiglia un consumo minore, hanno un’impronta idrica più alta (ad esempio dolci, carni rosse, formaggi).
Quindi abitudini alimentari più sane, meno ricche di grassi e zuccheri, sarebbero più salutari non solo per l’uomo, ma anche per il nostro pianeta.
Secondo me bisognerebbe fare molta più attenzione all’acqua che utilizziamo tutti i giorni, non solo quella che usiamo per lavarci, ma anche quella per produrre il cibo, in quanto ci sono molti Paesi in tutto il mondo che faticano ad avere l’acqua ogni giorno o che addirittura non ce l’hanno proprio.
Autore: Tommaso Bettoni 1B LSS
Sitografia:
www.barillacfn.com
www.waterfootprint.org
